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Blogger per un giorno: IO SONO LEGGENDA.

 

Abbiamo lanciato prima delle vacanze una sfida ai nostri lettori, per celebrare il ritorno in libreria di IO SONO LEGGENDA.
Tra tutti i saggi che ci sono arrivati, abbiamo scelto quello di  Marco Leone. Complimenti a lui e a tutti i partecipanti!

 

NOI, GLI ULTIMI UOMINI SULLA TERRA

 

Aprire gli occhi, vestirsi. Uscire di casa, prendere la metropolitana. Trovarsi in mezzo a una cacofonia di

lingue sconosciute, musiche mai sentite prima, spot di prodotti creati per esigenze ignote, acconciature

apparentemente improponibili, ritmi e azioni illogiche. Giungere sul posto di lavoro, impegnarsi

mentalmente e fisicamente in attività ritenute necessarie per un fine lontano ma non troppo – comprare la

macchina, la casa, sostenere una famiglia - Finalmente rientrare a casa, un ambiente sicuro, costruito su

misura per noi, dove ritrovare il nostro io con musiche, immagini, emozioni a noi familiari. Un sospiro di

sollievo, come se fossimo sfuggiti a un nemico letale. La paura è una componente fondamentale dell’essere

umano. E’ la nostra migliore arma evoluzionistica, è quella che ci ha permesso di superare in qualche modo

tutti gli ostacoli alla nostra sopravvivenza, è quella che ci ha portato ad essere quelli che siamo oggi, senza

essere spazzati via durante il percorso. Anche la nostra società, seppur così avanzata, complessa, forte,

moderna, è intrisa e caratterizzata dalla paura. Abbiamo paura dei cibi transgenici, paura del riscaldamento

globale, paura di un attacco terroristico, paura che il nostro aereo si sfracelli al suolo. Così abbiamo

costruito macchine più sicure, medicine che ci aiutano a superare le malattie, centrali elettriche per

riscaldarsi: abbiamo allontanato ogni minaccia, non dobbiamo più temere né bestie feroci né olocausti

nucleari. Eppure abbandonare la nostra casa ed entrare in metropolitana ci riempie d’angoscia. Essere

invitati ad una cena di gente che non si conosce ci provoca disagio. Sedere a lato di una persona che non

parla la nostra lingua ci mette in subbuglio. Uscire da quella che è la nostra routine e da quelle che sono le

nostre abitudine ci pone immediatamente sulla difensiva. Qual è questa paura che non riusciamo a

sradicare? La risposta è che viviamo in un mondo affollato, interconnesso, pieno di nostri simili, ma allo

stesso tempo siamo l’ultimo uomo sulla terra, siamo Robert Neville. Ultimi depositari di una cultura – la

nostra, unica, personale, irrinunciabile – a rischio di essere spazzata via insieme a noi stessi.

“Il mito è il fondamento della vita, lo schema senza tempo, la formula secondo cui la vita si esprime quando

fugge al di fuori dell'inconscio. ” dice Thomas Mann: Matheson, per la sua opera, decide di utilizzare la

formula del mito per creare una narrazione che travalichi non solo i generi letterari della fantascienza e

dell’horror, ma che vada oltre il background sociale e culturale del periodo in cui è scritto.

L’eroe mitologico è Robert Neville. Un uomo solo, in cui l’ attaccamento al suo passato, ormai perduto per

sempre ma ricorrente nei suoi sogni e nelle sue visioni, diventa l’unica ragione di vita. Intorno a lui c’è un

mondo freddo, spaventoso: anche se dipendente da quel mondo per sopravvivere, nutrirsi, respirare,

Robert in realtà ne è completamente estraneo, fugge da esso: lo fa non solo attraverso assi di legno

inchiodate contro la porta, ma erigendo una barriera invisibile composta da musiche di Mozart, proiezioni

di film, opere d’arte, libri, ricordi, tutto ciò che per lui rappresenta l’umanità e attraverso i quali cerca

disperatamente una spiegazione e un senso alla sua vita impossibile da ritrovare all’esterno. Ed ecco che

l’alienazione di Robert la sentiamo sulla nostra pelle, come noi lui non teme più il virus o i vampiri che

battono contro la sua porta, ma un mondo che percepisce ostile senza avere gli strumenti per affrontarlo. E

come noi è solo, costretto a crearsi un mondo a sua misura, familiare, consolante. Un rifugio culturale ed

emozionale che, esattamente come le difese della sua casa sempre più malmesse, si indebolisce e si riduce

ogni giorno di più, sotto forma di ricordi sempre più vaghi, di emozioni sempre più fredde ed

autoreferenziali, svilendosi e svuotandosi di ogni significato, perduto nell’orrore di una quotidianità fuori

dal tempo e dal mondo. La continua ricerca di una cura e la sistematica ricerca ed uccisione dei vampiri

diventano un titanico, quanto inutile, tentativo di invertire il senso delle cose per riportarle indietro nei

territori a lui conosciuti. Crearci un nemico invisibile e combatterlo per dare un senso alla nostra vita.

Quello che facciamo tutti giorni per sfuggire all’impotenza di vedere il mondo passarci davanti senza poter

fare veramente nulla per cambiare il suo scorrere ed evitare che si allontani da noi. Alla fine, come un

giovane adulto uscito dal college e gettato nella vita reale, Robert si trova costretto ad affrontare la cruda

realtà: il mondo intorno a lui ha già trovato la cura al “virus” , e come un cavaliere all’avvento

dell’archibugio, come un dattilografo nell’era digitale, come un nativo americano di fronte al colonizzatore

europeo, la nuova società non ha più posto per lui, per i suoi ricordi, per la sua storia, per le sue emozioni,

per la sua umanità. E’ lui l’estraneo. E’ lui la lingua sconosciuta in metropolitana. E’ diventato il simbolo

delle paure e del “peccato originale” di una nuova società che cerca di liberarsi dell’imbarazzo delle proprie

origini, stigmatizzandole in mitologie e storie fantastiche, per renderle lontane, inoffensive. E se per Robert

Neville la morte è una liberazione, quasi un momento di gioia, la fine del suo dramma, per il lettore non c’è

una via d’uscita, anzi ci rendiamo conto che Matheson ci ha giocato un brutto scherzo: siamo davvero

l’ultimo uomo sulla terra, come avevamo creduto per tutto il tempo, o siamo la nuova razza di mostri

mutanti? Quante pagine bruciate abbiamo lasciato alle nostre spalle per essere le persone e la società che

siamo, quanto di quello che siamo proviene da un passato invisibile e dimenticato, quanto possiamo

davvero attaccarci alle nostre certezze e alla nostra stessa nozione di cultura e di umanità? Non c’è davvero

soluzione e toccherà essere a turno carnefici e martiri, in una terribile visione circolare della storia? La

Matheson dipinge uno scenario disincantato e pessimistico, ma non ci dà una risposta, non c’è un giudizio

finale, non c’è una definizione esatta, non ci sono certezze.

Tuttavia chiuso il libro non possiamo non sentirci addosso, dentro di noi, la nostra paura più ancestrale, evoluzionistica:

quella di risvegliarsi, uscire di casa e ritrovarsi ad essere noi stessi eccezione e mostro, all’interno di un mondo

che abbiamo costruito con le nostre mani ma che ci ha lasciato indietro, ci ha fatto diventare leggenda esattamente come noi abbiamo

fatto con quello precedente. Ma anche di fronte a questa inevitabilità, esattamente come Robert Neville

dobbiamo sopravvivere, attaccati al nostro rifugio alla nostra cultura, ai nostri ricordi alle nostre emozioni:

difese illusorie, destinate ad essere distrutte dal tempo, ma le uniche vere armi e l’unico antidoto alla paura

di scomparire concesso a noi, moderni ultimi uomini in una Terra affollattissima.

January 07, 2015 0 commenti Pubblicato da Webmaster Fanucci
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